I padroni del cibo

Rispettando l’istinto di sopravvivenza per cui bisogna nutrirsi almeno una volta al giorno, le industrie alimentari continuano a crescere. Fanno mangiare e mangiano a loro volta. S’ingrandiscono con un nutrimento speciale: la concorrenza. Ingoiano aziende in difficolt√† o che hanno bisogno di spalle pi√Ļ larghe per affrontare i mercati globalizzati.

Ma assieme alle strutture produttive trangugiano anche i marchi. E talvolta basta una sola ¬ęgriffe¬Ľ alimentare di successo per scatenare gli appetiti: il formaggio Philadelphia, le barrette Mars, il caff√® Nespresso e la Nutella sono prodotti che valgono ciascuno fra 3 e 3,5 miliardi di euro.

 

La globalizzazione tende a concentrare nelle mani di pochi signori del cibo i mezzi per sfamare il mondo. Le grandi multinazionali dell’alimentazione aumentano il fatturato anno dopo anno. La svizzera Nestl√®, che nel suo carrello della spesa annovera un variet√† sconfinata di prodotti (caff√® e acque minerali, gelati e alimenti per bambini, biscotti e merendine, pasta e cioccolato e mille altre cose ancora), ha un fatturato di 92,3 miliardi di dollari e centinaia di marchi in tutto il mondo. Secondo la classifica di Fortune, seguono la Pepsico con un giro d’affari di 63,1 miliardi di dollari grazie a bibite, snack e cereali, e la conglomerata Unilever (59,1 miliardi di dollari): olio, gelati, bevande, maionese, dadi da brodo, ma anche prodotti per la pulizia della casa e la cura della persona.

I GIGANTI MANGIA-TUTTO

Si cresce soprattutto per fusioni e acquisizioni, non perch√© un certo prodotto cancelli gli altri. √ą cos√¨ che un’azienda come la Nestl√®, fondata 150 anni fa da un farmacista per produrre il primo latte in polvere per l’infanzia, √® diventata una dei padroni planetari del cibo (compreso quello per animali): solo in Italia ha ingerito marchi come la pasta Buitoni, i baci Perugina, il brodo Maggi, i gelati Motta, l’acqua Vera. Sono le multinazionali multiprodotto presenti in ogni angolo del ¬ępappamondo¬Ľ.

Altri seguono invece la linea delle acquisizioni per settore. L’esempio pi√Ļ eclatante √® quello di un gruppo dal nome impronunciabile per un consumatore italiano, Anheuser-Busch Inbev, che per√≤ diventa pi√Ļ comprensibile nei supermercati davanti agli scaffali della birra: Beck’s, Stella Artois, Leffe, Tennent’s, Labatt, Budweiser, Spaten, Corona, Franziskaner sono alcune delle sue etichette.

√ą successo che la belga Interbrew si √® fusa con la brasiliana Ambev diventando InBev e successivamente si √® bevuta l’americana Anheuser-Busch. √ą il gigante mondiale della birra. Nomi sempre nuovi si affacciano nei supermercati. Tutti conoscono le Cipster, il Philadelphia, il Toblerone, la carne Simmenthal, i biscotti Saiwa o il caff√® Hag; ma ben pochi saprebbero dire che cos’√® la Mondelez, cio√® la multinazionale con sede a Chicago che controlla tutti quei marchi. Si compra, si conquistano nuove fette di mercato. Ma al contempo si aumenta la potenza di fuoco commerciale. E si orientano i gusti e le preferenze dei consumatori, si modificano le culture alimentari. Una serie di studi ha stabilito che le multinazionali del cibo hanno gradatamente innalzato le percezioni del dolce, del grasso e del salato, magari utilizzando materie prime di bassa qualit√†: significa che ci accorgiamo che un piatto √® troppo grasso o salato quando ne abbiamo gi√† mangiato un bel po’.

IL PALATO GLOBALE

Spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico della Coldiretti: ¬ęGiocando sull’effetto beatitudine l’industria alimentare rende il consumatore dipendente da certi sapori. Nei cibi finiscono taluni ingredienti non per migliorare l’alimento ma per creare una concatenazione tra acquisto e soddisfazione. Cos√¨ i consumi sono pi√Ļ compulsivi, e in questo la pubblicit√† ha un potere terrificante. Le autorit√† sanitarie di molti Paesi stanno intervenendo per porre un freno a questi comportamenti che instaurano nella gente un rapporto scorretto con l’alimentazione e sono tra le cause di una delle peggiori patologie del terzo millennio, ovvero l’obesit√†¬Ľ.

Gusti standardizzati, globalizzati. √ą il principio che ha decretato il successo di McDonald’s: in qualunque angolo del mondo uno si trovi, se √® insoddisfatto dalla cucina locale avr√† un locale che gli restituisce sapori gi√† graditi. Non tutti i colossi dell’alimentazione sono raffinati come la Coca-Cola che crea dipendenza attraverso una strada alternativa, cio√® ¬ęaggiustando¬Ľ il gusto della bibita gassata pi√Ļ famosa al mondo a seconda delle preferenze e delle tradizioni dei diversi Paesi in cui √® venduta. ¬ęNoi siamo ci√≤ che mangiamo¬Ľ, scrisse il filosofo Ludwig Feuerbach. Secondo Oxfam, organizzazione internazionale che combatte la povert√†, il 70 per cento dei cibi venduti nel mondo fanno capo a 10 padroni del cibo, le maggiori multinazionali dell’industria alimentare che assieme possiedono migliaia di marchi, fatturano oltre 450 miliardi di dollari ogni anno e capitalizzano 7.000 miliardi: una somma che equivale al prodotto interno dei Paesi pi√Ļ arretrati.

La concentrazione vale anche a monte dell’industria alimentare, cio√® nella produzione agricola. Lo dimostra la recente operazione con cui la Bayer, gigante della chimica e della farmaceutica, ha acquisito la Monsanto, la maggiore produttrice di sementi agricole al mondo, molte delle quali geneticamente modificate. Le stesse mani controllano il business delle sementi e quello di diserbanti e pesticidi: ormai due terzi dell’agricoltura mondiale sono governati da tre colossi (Dow-Dupont, ChemChina-Syngenta e Bayer-Monsanto) che forniscono ai contadini sia i semi sia i relativi antiparassitari. Non si parla di cibo ma della produzione delle materie prime alimentari, un fattore che comunque influenza le modalit√† operative delle industrie della trasformazione e i prodotti finali.

I ¬ęCOMPETITOR¬Ľ DI CASA NOSTRA

L’Italia, patria della dieta mediterranea e dell’alimentazione a chilometro zero, √® meno influenzata dal virus delle concentrazioni. Da noi l’unico vero gigante √® la Ferrero: con i suoi 10 miliardi scarsi di fatturato in larghissima parte dovuto alla Nutella, √® un decimo della Nestl√® e non sfiora la ¬ętop ten¬Ľ dei colossi internazionali. La Barilla, seconda azienda alimentare di casa nostra, √® meno della met√† della Ferrero. I raggruppamenti funzionano a corrente alternata. Bazzana ricorda alcuni casi: ¬ęGrom ha avuto una grande idea di partenza per i suoi gelati ma aveva spalle finanziarie inadeguate. Le Fattorie Scaldasole hanno inventato lo yogurt bio, tuttavia sono cresciute troppo: dapprima √® subentrata la Plasmon e ora il marchio √® francese¬Ľ.

Il rispetto del brand √® un elemento chiave. Chiarisce Bazzana: ¬ęGranarolo ha commesso qualche errore dopo aver rilevato gli yogurt Yomo, prodotti interamente naturali, poi per√≤ ha corretto il tiro restituendo a quel marchio la posizione sul mercato che gli spetta¬Ľ. E la biodiversit√†? Le eccellenze alimentari italiane? ¬ęSe facessimo mangiare una fetta di prosciutto di Parma o San Daniele a ogni cinese avremmo esaurito la produzione. I nostri prodotti tipici sono nicchie artigianali e devono restare tali¬Ľ.

Davanti ai padroni mondiali del cibo, i principali ¬ęcompetitor¬Ľ italiani si muovono in vario modo. Paolo Dalc√≤, editore di ¬ęFood¬Ľ e uno degli osservatori pi√Ļ attenti dell’industria alimentare tricolore e della grande distribuzione, individua cinque tendenze: ¬ęAlcuni tirano i remi in barca: vendono marchi, non investono, cercano sbocchi solo in Asia e Stati Uniti. Altri rincorrono alleanze internazionali. Altri ancora si focalizzano sul core business con acquisizioni strategiche approfittando del basso costo del denaro. Poi c’√® chi investe sulla managerialit√† in base a obiettivi di lungo termine. E infine quanti si concentrano su pochi prodotti che soddisfano il value for money. In ogni caso, per le grandi industrie italiane Ferrero, Barilla, Perfetti, Lavazza, Rana vale un principio chiaro: il piccolo √® bello lasciamolo fare agli artigiani¬Ľ.

Per Dalc√≤ sono parecchi i settori dove c’√® spazio per il made in Italy: ¬ęProdotti vegetali e bio, snack e dolci, olio e conserve, vino e bevande. Altro settore in crescita √® quello delle private label, cio√® i prodotti con il marchio della catena che li vende. Si prevede che nei prossimi anni questi brand avranno il 30 per cento nella grande distribuzione e gli industriali dell’alimentazione produrranno sempre pi√Ļ per loro¬Ľ. Insomma, crescere √® un imperativo. Anche nella piccola Italia.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/i-padroni-cibo-1316575.html